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Il pittorialismo

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“La fotografia è un’arte?”: è questa la domanda che molti studiosi e critici si posero all’inizio del ‘900 quando la pratica fotografica voleva essere riconosciuta al pari delle altre rappresentazioni artistiche.
Questa trattazione non si pone l’obbiettivo di rispondere a questa domanda, quanto piuttosto di presentare una disamina delle diverse problematiche affiorate all’inizio del secolo scorso, quando la fotografia cercò di ritagliarsi un posto all’interno delle più accademiche pratiche rappresentative.
Dalla scoperta del dagherrotipo nel 1839, la fotografia ha sempre cercato un proprio status nel mondo dell’arte.
Relegata dalla sua nascita a mera pratica meccanica e rappresentativa, che poteva produrre solo lavori documentari, la fotografia tentò di trovare degli espedienti che le permettessero di essere considerata Arte. Nei primi anni del suo sviluppo era adottata per lo più per interessi di ambito scientifico, soprattutto per i lunghi tempi di posa richiesti e la sua non riproducibilità in serie, ma dal 1840 iniziarono ad intravedersi anche i primi sviluppi nell’ambito artistico; iniziarono le prime rappresentazioni di vedute urbane e di ritratti. In Piemonte questo processo di innovazione, trovò terreno più fecondo rispetto alle altre regioni italiane, per le riforme commerciali attuate da Carlo Alberto con Inghilterra e Francia. Fu soprattutto con la Francia che si creò un rapporto di fratellanza reciproco, dovuto alla vicinanza territoriale e alla conoscenza della lingua francese nel territorio sabaudo. Ed è grazie alla Francia che anche l’Italia poté godere della conoscenza delle ultime scoperte ed evoluzioni in ambito fotografico, facendo in modo che Torino diventasse una delle città più progredite in queste materie.
Fu con la scoperta del collodio (1850-1880) e della gelatina al bromuro d’argento (1880-1890), che la fotografia uscì dai suoi canoni prettamente scientifici, per cercare di ampliare le sue indagini anche in altri campi, soprattutto in quello artistico.
Ma il suo riconoscimento non fu cosa semplice, dal mondo intellettuale e culturale difatti non
riusciva a essere considerata una pratica artistica perché le mancava una caratteristica; la manualità.
Gli studiosi dell’epoca vedevano solo che per poterla produrre bastava che l’operatore premesse un bottone, ritenendo così nullo il suo lavoro in termini creativi e artistici. I fotografi però iniziarono a ribellarsi a questa esclusione, e cercarono in tutti i modi di dimostrare che anche il loro lavoro poteva essere paragonato a quello dei pittori.

Julia Margaret Cameron: L'eco (1868) - Pittorialismo
Julia Margaret Cameron: L’eco (1868)

È con il Congresso di Vienna del 1891 che venne legittimata la pratica artistica del pittorialismo, pratica già studiata e diffusa in tutta Europa grazie alle opere e agli scritti di H.P. Robinson (1830-1901) con il suo Pictorial Effect in Photography (1869), e a quelli di P.H.Emerson (1856-1936) nel suo saggio Naturalistic photography for Students of the art (1889).
Per avvicinare la fotografia alla rappresentazione artistica si proponeva quindi un ritocco del
negativo, per permettere al fotografo di inserire gli effetti desiderati all’interno dell’immagine da lui scattata. Per rendere la fotografia ancora più vicina alla pittura, con il pittorialismo si decise di trattare i temi tanto cari a quest’ultima; soggetti allegorici e storici, adottando la tecnica del fotomontaggio e quella della ripresa in studio piuttosto che dal vero, creando così nuove scenografie e proponendo costumi delle epoche passate.
Attraverso questi due espedienti quindi si voleva attribuire alla fotografia quell’“aura” estetica che tanto desiderava avere.
Sorpassato il problema tecnico con le innovazioni portate dalle due scoperte successive al
dagherrotipo, nasceva il problema estetico, problema sollevato da chi sosteneva che la fotografia come unico scopo avesse quello della rappresentazione fedele della realtà.
Se guardiamo alla fotografia, vediamo che l’elemento che la contraddistingue è quello della
riproduzione del vero, caratteristica che la differenzia dalla pittura, con il pittorialismo abbiamo però una manipolazione in fase di stampa di questo dato reale.
Ci si pone dunque un’altra domanda: il pittorialismo che così tanto si discostava da quello che in realtà era il processo fotografico, è da considerarsi una pratica innovativa per il successivo
progresso dell’immagine fotografica?
Per cercare di rispondere a questa domanda ho pensato di immergermi nella lettura della rivista “La Fotografia Artistica”, una rivista internazionale illustrata, edita a Torino dal 1904, che determinò lo sviluppo e il successo della fotografia pittorialista. Per il suo carattere internazionale riuscì a riportare scritti di artisti e studiosi stranieri, diffondendo così le teorie e le innovazioni che ruotavano attorno a questa pratica rappresentativa.
All’interno della rivista in molti hanno trattato dell’importanza di elevare l’immagine fotografica al pari della rappresentazione pittorica, fornendo valide tesi a riguardo. Grazie anche alle diverse Esposizioni internazionali di fotografia che venivano descritte minuziosamente da illustri studiosi, la rivista offre una panoramica completa delle evoluzioni nelle diverse nazioni e nei diversi anni della fotografia artistica, e di come questa venne accettata e premiata dal pubblico e dal mondo intellettuale e culturale dell’epoca.
Fu questa rivista il fulcro principale, nel primo decennio del novecento, dello scambio di idee e
considerazioni riguardanti la fotografia pittorica.
In conclusione ho riportato l’esempio di due fotografi che con le loro opere rappresentano al meglio e in tutta la loro completezza i temi trattati dalla corrente del pittorialismo; parlo di Guido Rey e di Domenico Riccardo Peretti Griva. Queste due figure, si sono distinte da tutti gli artisti dell’epoca per il loro particolare percorso artistico: Rey per il fatto di non apparire mai sulle pagine della rivista “La Fotografia Artistica”, anche se è una delle figure più riconosciute ed acclamate nel panorama fotografico nazionale ed internazionale; Peretti Griva per il fatto di essere considerato l’”ultimo dei pittorialisti”, infatti la sua attività fotografica inizia negli anni ’20 del ‘900, quando ormai la poetica pittorialista andava scemando per far posto alle nuove tematiche che guardavano ad una fotografia moderna, diretta. Ma Peretti Griva continuò durante tutta la sua carriera ad approfondire e a produrre immagini di gusto pittorialista, creando opere significative.


Tesi di Laurea

Laureanda:
Giulia Zanini
Matricola 835506
Anno Accademico
2013/2014

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